“Scusa, come dici Isabel? Per perdonare, devo ACCUSARE??“
Sì, esattamente. E qui normalmente si casca come delle pere cotte, perché nella nostra mente il perdono è tutto tranne che un’accusa. Ed ecco il motivo per cui non riesci mai a perdonare fino in fondo: perché ti manca un pezzo, forse il più importante, quello che dà il via a tutto il processo.
“No no ma io ho perdonato tutto.. sono sicuro!”
Ok, testiamo subito: senti ancora fastidio o rabbia o risentimento, ripensando all’esperienza che hai perdonato? O magari senti freddezza e impassibilità. O potrebbe anche essere sarcasmo o un sottile senso di superiorità. O ancora, magari non senti più rabbia nei confronti di quell’evento, ma ti senti in colpa per esserti lasciato trascinare nella cosa.
Ecco. PER-DONARE ti serve a lasciar andare tutto questo.
Perché anche se quella persona non c’è più, anche se quella situazione è finita, le emozioni cristallizzate che ti trascini dietro stanno facendo male solo a te. E alle persone che ti stanno attorno.
Cos’è un’emozione cristallizzata?
Non è nulla di cui avere paura, anzi: è forse la cosa più potente che hai a disposizione per guarire davvero.
Quando vivi un’esperienza che ti provoca disagio, i tuoi meccanismi di difesa entrano in azione per proteggerti da quelle sensazioni spiacevoli. L’hai imparato fino dall’infanzia, quando avevi ancora pochi strumenti a disposizione per reggere l’intensità di quello che a volte ti piombava addosso dal mondo esterno.
Può capitare quindi che, proprio per difenderti da un’emozione spiacevole troppo grande e onerosa, tu l’abbia in qualche modo bloccata dentro di te. Tante volte ho detto che le emozioni sono energia che si sprigiona e manifesta nel corpo e che non possiamo “eliminare” questa energia. Al massimo possiamo spostarla, comprimerla, trasformarla in altro.
Quando scegli di comprimere l’energia dell’emozione e soprattutto il significato esistenziale che si porta dietro, ecco che si cristallizza dentro di te e diventa una memoria cellulare. In pratica, tu magari non ti ricordi nemmeno cosa hai provato in quel momento, ma il tuo corpo sì. Il tuo inconscio sì. La memoria è ancora viva e vegeta e influenza tutte le tue relazioni e scelte presenti e future, che tu te ne accorga o no.
La stessa cosa accade quando provi a perdonare giustificando l’altra persona, cercando di dimenticare l’accaduto, magari appellandoti al tuo orgoglio personale (che per carità, in alcuni casi è molto utile) per sentirti in qualche modo superiore alla cosa.
“Ma perché, perdonare non è questo? Non è provare sentimenti buoni per chi ci ha fatto del male o far finta che non si accaduto nulla?
No. E qua torniamo al tema del nostro post: se bene vuoi perdonare, devi prima.. bene accusare 🙂
Accusare qualcuno non è quello che credi
È un argomento delicato e nemmeno di così facile spiegazione, ma cercherò di trovare le parole più semplici e di andare dritta al punto:
La maggior parte delle persone non riesce ad andare al di là di una rabbia superficiale.
In pratica, nessuno vuole ammettere davvero di essere arrabbiato con qualcun altro, specie se è qualcuno di cui ci siamo fidati, qualcuno in cui avevamo riposto le nostre speranze, qualcuno che abbiamo amato.
A nessuno piace fare la parte del cattivo o del debole, “non sta bene e non è opportuno”. Questo ci hanno insegnato.
E di solito chi è incazzato nero o profondamente addolorato si sente anche una di queste cose: cattivo, frignone, debole, stupido, grezzo.
Ed ecco perché non riusciamo ad accusare mai fino in fondo: perché se ammettiamo di essere incazzati neri con qualcuno in cui abbiamo riposto la nostra fiducia, dovremo ammettere anche di sentirci stupidi. Se ammettiamo di esserci rimasti di merda dall’ultimo partner che ci ha trattati male, dovremo ammettere di sentirci deboli. Ma non è finita qua, perché in realtà qua qualcuno ci arriva. Il pezzo che completa realmente il puzzle è che..
.. Se ammettiamo di provare una rabbia quasi omicida nei confronti di una persona che amiamo, prima dovremo trovarci di fronte al nostro lato d’ombra “cattivo” e poi dovremo anche sopportare il senso di colpa che ne segue.
Il SENSO DI COLPA. Perché noi in fondo quella persona l’amiamo. Vogliamo essere accettati da lei. E sentire dentro di noi quel conflitto tra rabbia e amore è lacerante.
Per questo abbiamo tanta smania di “perdonare” alla svelta, dimenticare, diventare freddi e glaciali, giustificare il comportamento dell’altro.
E quindi, come si fa? Come si per-dona davvero, cioè come si fa a lasciar andare davvero qualcosa o qualcuno, senza bloccare ciò che dentro sentiamo realmente e stando finalmente bene?
L’accusa, quella sana.
I processi di perdono sono fatti di tante fasi, tra cui la prima è proprio quella dell’ACCUSA, anche chiamata DICHIARAZIONE.
E come si fa ad accusare “nel modo giusto”? Dichiarando, appunto, tutto quello che senti dentro, senza censure, senza preconcetti, senza definire a priori cosa è giusto provare e cosa no.
E questo non per forza con il diretto interessato (a meno che tu sappia modulare benissimo le tue emozioni o sia amante del rischio), bensì all’interno di un contesto protetto e guidato, dove tu possa sentire la libertà di esprimerti senza limiti e di trasformare poi tutto in qualcosa di benefico per te, con il supporto attento e presente della tua guida.
Mi è capitato con diversi clienti di giungere allo snodo importante dell’accusa verso i proprio genitori, che spesso viene svicolato o interrotto con sottili resistenze, proprio perché questo è ciò che abbiamo imparato a fare fin da bambini, per sopravvivere in momenti in cui la rabbia era così grande e intollerabile per qualcosa che ci veniva imposto, che abbiamo dovuto fare una scelta:
o è il mio genitore quello “cattivo” e rischio di compromettere un rapporto che per me è vitale.. (il bambino non sa ancora sopravvivere da solo) .. oppure sono io quello “cattivo” e il mio genitore è il buono, quindi lui ha ragione e io ho torto (così io non sento più di volergli male e la relazione è salva)
Da qui abbiamo iniziato a censurarci. A darci la colpa se sentivamo un’emozione negativa nei confronti degli altri. A dirci che “non sta bene così” e trattenere tutto dentro. Non abbiamo mai più accusato per davvero, tirando fuori tutta la potenza di un’emozione senza filtri. Oppure l’abbiamo fatto, ma in modo totalmente scollegato e distruttivo, in balìa di forze di cui non eravamo consapevoli e che ci hanno portati a sabotare le relazioni da adulti.
Nella fase dell’accusa, quindi, è importante recuperare proprio quell’energia non filtrata, sentendo dentro di sé tutta la potenza di ciò che è stato allora e che non ci siamo permessi di provare, recuperando i fili di una trama che ci ha tenuti prigionieri, contratti nel corpo e imbavagliati nello spirito, e riparando la stessa trama per andare oltre.
Accuso. Sento la potenza di questa accusa. Mi concedo di sentirmi cattivo, stupido, debole. Mi concedo di entrare nel senso di colpa e inadeguatezza per sentirmi così. Ritrovo l’amore negato che stava nascosto dietro tutta quella rabbia, tristezza o paura. Infine, posso lasciar andare, naturalmente e senza sforzo mentale.
Un processo in divenire.
Questo è un processo che difficilmente avviene all’improvviso e per conto proprio; serve sempre qualcuno di esterno che possa guidarti. In fondo, se sei avviluppato in una rete, occorre che arrivi un altro da fuori con una bella forbice per aiutarti a tagliare il nodo.
Però la cosa bella è che è un processo alla portata di tutti. Anzi: è un diritto di tutti. Ed è anche necessario per vivere bene e in salute. Un sacco di problemi fisici, relazionali ed esistenziali derivano dal mancato perdono di qualcosa. Perché alla fine perdonare non è altro che lasciar andare le cose nel flusso naturale della vita. Possiamo perdonare una persona, un evento, noi stessi.. la vita.
E quando diventa automatico dentro di te, WOW.. nulla è più come prima. Ritrovi il senso di tutto, l’energia che credevi di aver perso, la creatività che pensavi di aver bollito tanto tempo fa, quando hai deciso di chiudere il cuore per non provare più dolore.
E invece, eccola che è ancora lì, sotto strati di macerie che, poco per volta, possono essere spazzate via dal solo intento di volerci provare.
Perché tu ci metti l’intento, io ci metto le mie competenze, il mio ascolto e il mio cuore, nell’accompagnarti in un processo trasformativo che non ti farà più essere come prima e ti farà diventare l’individuo che sei davvero: forte, pieno di entusiasmo, con tanta fame di vita. E una luce nuova negli occhi, quella stessa luce che rivedo al mio specchio ogni mattina, quando guardandomi ringrazio la vita per avermi fatto incrociare questo fantastico cammino di riscoperta interiore, che seguo ormai da quasi 20 anni.
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Un abbraccio, Isabel
(foto Marius Venter via Pexels)
Sono Isabel Colombo, metà della vita passata a ricercare quel lato ‘wild’ interiore, di cui tanto parlo. Ho sempre avuto una curiosità sfrenata per l’essere umano: capire com’è fatto, come ragiona, come si relaziona con l’ambiente e soprattutto con sé stesso.
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